Il primo quadriennio di Papa Francesco si conclude in questi giorni. Proprio in occasione di questo anniversario Il papa è riuscito a dare una perfetta sintesi del suo pontificato con la frase: «Il lavoro è dignità, toglierlo è peccato grave». Il papa riformatore riesce in un colpo solo a far capire da dove è venuto: l’Argentina di Peron, e dove forse sta andando: un mondo dove la Chiesa non conta più nulla. Permutando materialismo con moralismo. Riciclando una sorta di marxismo alla buona omogeneizzato per le masse, dove l’apologia del lavoro serva per strappare l’applauso. La ricerca continua dei consensi mostrano i limiti di questo papa. Quello che prima pensavo fosse solo una forma: poseur, presenza spettacolare nei mass media, irriverenza per il ruolo, invece rivela la sua sostanza e il suo limite oggettivo. La Chiesa impegnata a bonificarsi non riesce ad avere più un ruolo trainante nella realtà contemporanea. Erano già arrivati segnali di questa limitazione nel corso del primo quadriennio di pontificato: uno tra tanti il rilievo del Il patriarca melchita Gregorio III Laham, relativo alla politica dell’accoglienza varata, in occasione della crisi siriana, dalla Santa Sede.

Il patriarca insisteva nel non fermarsi alla mera accoglienza in favore dei rifugiati, ma provare a costruire un percorso concreto per arrivare alla pace chiamando in causa i responsabili definendo un atteggiamento che parta dalla diaspora dei cristiani e di tutti i siriani in fuga, fuori e dentro la Siria. Realizzando programmi concreti di micro-credito per provare a tamponare la ferita e cercare una soluzione logica: fermare la guerra, aiutare la gente ad avere una stanza dove dormire, fabbricare candele, mandare i bambini a scuola. Tutte cose semplici, che il mondo cattolico avrebbe potuto contribuire a realizzare in Siria, invece dei discorsi retorici del soglio romano. In Siria sappiamo come è finita e per il mondo cristiano è stata una occasione perduta per cambiare le cose in Medio Oriente. Segno che la crisi d’identità della Chiesa corrisponde anche con una oggettiva mancanza di figure che in passato esprimevano una linea diplomatica efficace e che è stata, in alcuni tempi, rivoluzionaria. Azione politica che adesso stenta a distinguersi. In occasione del quadriennio di papa Francesco pubblico alcuni capitoli di un mio saggio sul dopo-guerra relativi all’azione politica del Vaticano. Penso possa essere utile per capire meglio quello che ho provato a dirvi in questo breve post.

(…)

I blocchi in cui il mondo era diviso si caratterizzavano non solo in un dualismo geografico, occidente contro oriente, ma erano anche delle visioni dell’universo totalmente dicotomiche. Da una parte la sfera di influenza comunista: essa si presentava col suo materialismo dialettico, con l’ateismo diffuso, confidava nella palingenesi dell’umanità e tentava di superare le contrapposizioni sociali con un azzeramento delle classi che, in fondo, sottendeva un palese sfruttamento degli esseri umani. Il potere era concentrato in mano a un dittatore assoluto (culto della personalità) e ad una oligarchia facente capo ad un partito politico. Questa visione veniva contrastata dai valori della cultura umanistica e spirituale occidentale, al cui centro stavano l’uomo e le sue libertà, saldamente vincolate alla religione e ai diritti civili.

La posizione della Chiesa – Pio XII

La posizione della Santa Sede, in questo contesto, non era facile. Da una parte doveva ribadire la riprovazione per l’ateismo comunista, dall’altra aveva la necessità di intessere rapporti diplomatici tesi a salvaguardare la vita delle comunità cattoliche in quei territori. A complicare i rapporti tra Vaticano e Paesi dell’area comunista fu pure la scomunica, emessa il primo luglio del 1949 da Pio XII per chi professasse l’ideologia marxista. Questo documento fu interpretato come una grande ingerenza nella vita politica delle nazioni dell’area comunista e suscitò, per reazione, la totale espulsione dei rappresentanti diplomatici della Santa Sede presso quei paesi, atto che fu completato nel 1951. Si dovette attendere la morte di Stalin, nel marzo del 1953, per assistere ad un timido disgelo dei rapporti, con un conseguente cambio di atteggiamento da parte di papa Pio XII, il quale nel messaggio natalizio del 1954 accennava ad una certa “coesistenza”, ammettendo il ruolo che i comunisti avevano ormai nella realtà contemporanea.

Giovanni XXIII

Con l’arrivo al soglio pontificio di Angelo Roncalli abbiamo le vera svolta epocale. Il primo discorso di apertura verso “l’altra parte” fu formulato da papa Giovanni XXIII il 19 dicembre del 1958, durante la nomina del cardinale berlinese Julius August Döpfner. Il papa si rivolse alla città tutta, senza fare distinzioni tra est e ovest, augurando che la vita di Berlino potesse essere organizzata secondo ordinamenti di libertà e giustizia. Due anni dopo esprimeva un saluto in russo, vista l’insistenza di un giornalista sovietico che faceva parte di una delegazione in visita dal papa, pronunciando la frase: «Gospodi pomilu», «Dio abbi pietà di noi». E aggiungeva: «Sì, il Signore abbia pietà di noi e di loro…», rivolgendosi ai sovietici, e continuava: «… e voglia, nella sua misericordia allontanare le fitte tenebre e la notte che avvolge quella parte del mondo».

Papa Giovanni XXIII si impegnò a far nascere e a tenere vivo il rapporto con le nazioni del blocco socialista che erano ostili alla Chiesa. Il papa, con grandi difficoltà e senza ricevere l’immediato consenso che lui sperava, istituì il Segretariato per l’Unità dei Cristiani, un organismo che ricercava il dialogo con la Chiesa Ortodossa moscovita. Con l’enciclica “Mater et Magistra” mise definitivamente da parte i temi di critica riguardo ai comunisti, che erano stati usati dai due papi precedenti, e si richiamò alla pace e alla responsabilità di chi governava nei confronti di Dio.

L’enciclica suscitò il garbato interesse di Krusciov e significò una vera apertura della Chiesa cattolica verso il mondo sovietico, cosa finora sconosciuta, vista l’intransigenza dei predecessori di Giovanni XXIII. Da qui uno scambio di messaggi da parte dei due capi di stato nel 1961, che creò un clima positivo e che il 24 ottobre porterà il Sinodo ortodosso di Mosca ad inviare degli osservatori al Concilio Vaticano II, evento di importanza epocale, occasione in cui la Chiesa era impegnata a darsi un ordine e a stabilire i rapporti con la società contemporanea. Fu un Concilio ecumenico perché partecipò tutto il mondo cattolico, con tutti i suoi cardinali e i vescovi. Vi fu la partecipazione dei rappresentanti di tutti i cristiani del mondo e segnò, con la loro partecipazione, un momento di apertura storica della Chiesa cattolica apostolica romana al blocco orientale.

Ma il culmine del rapporto tra Krusciov e papa Giovanni fu in occasione della crisi di Cuba del 1961, quando fu scoperta da un ricognitore statunitense la collocazione a Cuba di missili nucleari russi puntati verso gli Stati Uniti. Sembravamo essere precipitati nuovamente nel baratro di una guerra mondiale. La reazione degli statunitensi fu durissima: venne programmato uno sbarco ed essi si proponevano di rovesciare con un colpo di mano il regime di Fidel Castro. D’altra parte i sovietici reclamavano il diritto di difendere un alleato e la situazione non pareva avesse prospettive o margini per una mediazione.

In questo drammatico momento giunse il vero capolavoro del papa, che decise d’intervenire attraverso un messaggio radio che trattava l’intesa e la concordia tra i popoli, pronunciato in lingua francese alle ore 12.00 di giovedì 25 ottobre 1962 dai microfoni della Radio vaticana. Il papa si rivolse ai governanti della terra e “a tutti gli uomini di buona volontà” per scongiurare il pericolo di una guerra atomica, conseguente alla crisi di Cuba. Il messaggio era stato già recapitato, poche ore prima, all’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede e ai rappresentanti dell’Unione Sovietica accreditati presso il governo italiano. Krusciov non fece attendere il papa e infatti, appena due giorni dopo il famoso messaggio, definito dallo statista sovietico come “Unico barlume di speranza”, egli ritirò i missili da Cuba.

Il clima positivo che seppe creare Giovanni XXIII diede seguito al primo segnale di disgelo da parte comunista, avvenuto con la liberazione del cardinale Slipyj, metropolita degli ucraini, avvenuta nel febbraio 1963 dopo ben 17 anni di confino in Siberia. In seguito dobbiamo registrare la visita della figlia di Krusciov al papa, sempre nello stesso anno nel mese di marzo, da alcuni definita quasi scandalosa.

Per poi arrivare alla storica enciclica “Pacem in terris”, dove venivano trattati i rapporti con le altre concezioni di vita e di idee. Nell’enciclica venivano avanzati sì momenti di critica nei confronti degli errori commessi dalle varie ideologie, ma veniva anche aggiunto che questi errori potevano portare anche degli elementi buoni e positivi. Questa enciclica sarebbe stato il preludio di un totale cambio di registri nei rapporti, e avrebbe portato alla prima visita di un rappresentante pontificio nei paesi comunisti, il cardinale Agostino Casaroli, allora sottosegretario della Congregazione per gli affari straordinari. Visita che si svolse a Praga e a Budapest nel maggio 1963.

Quando papa Giovanni, detto “il papa buono”, lasciò la vita terrena, ci accorgemmo che nel frattempo la Santa Sede aveva aperto un canale sorprendente e positivo con le nazioni del blocco comunista. I risultati immediati del viaggio del cardinale Casaroli furono la liberazione di quattro vescovi cecoslovacchi, che erano stati allontanati dalle loro sedi e a cui era impedito di svolgere i loro uffici perché vigilati giorno e notte. I vescovi residenti nelle nazioni del blocco orientale ebbero la facoltà di viaggiare e venire a Roma per le sessioni del Concilio e in generale fu ripristinata la possibilità di comunicare tra i vari rappresentanti della Chiesa cattolica. I cattolici non furono limitati nel culto e forse non furono più visti come spie al soldo dello Stato Vaticano. In linea teorica tutto il mondo cattolico dell’Europa orientale cominciò ad esser messo in condizione di non essere ingiustamente perseguitato.

Paolo VI

Al posto di un papa “buono” arrivò un papa “paziente”: questa era la qualità universalmente riconosciuta a papa Paolo VI. Egli continuò egregiamente l’opera promossa da Angelo Roncalli, occupandosi di portare a compimento il Concilio vaticano II e, avvalendosi come il precedente papa dell’ausilio del cardinale Casaroli, stabilì e provò a normalizzare i rapporti diplomatici con tutti i paesi del blocco orientale, nel tentativo di ottenere un miglioramento della libertà al culto e delle condizioni di vita della comunità cattolica. In diversi paesi, e per quasi un ventennio, questa libertà di espressione era stata negata ai cattolici e la Chiesa aveva visto suoi rappresentanti arrestati e confinati. Il nuovo corso aperto da papa Giovanni XXIII e confermato da papa Paolo VI provava a risolvere una lunga persecuzione che aveva ormai prodotto un grave problema umanitario e che affliggeva la comunità cattolica in quei territori.

Agostino Casaroli

Agostino Casaroli fu un autentico operatore di pace e leader della Ostpolitik del Vaticano, guidato dal «profondo amore alla causa della pace e della cooperazione tra le Nazioni e all’interno di esse». Fu un brillante diplomatico e seppe intessere, fin dal 1943, relazioni internazionali importantissime per il Vaticano e per tutto il mondo cattolico. Casaroli fu «attivo, instancabile, paziente, franco, eppure fermo nell’affermazione dei principi e del buon diritto della Chiesa e dei credenti che disponga a intese oneste e leali, conciliabili con questi principi», come dichiarò Paolo VI al collegio dei cardinali il 21 giugno 1976.

Nel contempo fu pure sacerdote e seppe svolgere il servizio pastorale presso il Centro di rieducazione per minorenni di Casal del Marmo in Roma. Per sua iniziativa fu istituita la «Villa Agnese», una casa-famiglia per accogliere alcuni giovani che uscivano dal carcere o che si trovavano in difficoltà. A villa Agnese questi giovani trovarono un concreto aiuto ad inserirsi nel mondo del lavoro.

L’apertura al dialogo con i regimi comunisti, che caratterizza l’azione diplomatica di Agostino Casaroli, copre il lasso di tempo dal 1963 al 1989. A lui si deve il primo accordo firmato dalla Chiesa con un paese comunista, che fece da modello a molti altri siglati negli anni seguenti: fu stabilito con l’Ungheria e fu denominato “accordo parziale”, firmato a Budapest il 15 settembre 1964. Nel giugno 1966 Casaroli firmò a Belgrado un protocollo tra la S. Sede e la Repubblica Federale Iugoslava, che dava impulso alla ripresa dei rapporti interrotti nel 1952. Furono così stabilite relazioni diplomatiche con Tito che culmineranno nel marzo del 1971 con la sua visita ufficiale al papa in Vaticano.

L’obiettivo primario del lavoro di Casaroli fu il tentativo di normalizzare la vita dei cattolici nei paesi del blocco comunista. Con la ripresa dei rapporti diplomatici veniva, secondo quella strategia, raggiunto per i cattolici «uno spazio vitale, sufficiente, se non soddisfacente, tra le strutture rigide e strette di uno Stato a regime comunista» (Nella chiesa per il mondo. Omelie e discorsi, cit., pp. 310 s.).

Ma non tutti erano d’accordo, anzi: Casaroli e la sua Ostpolitik furono molto contestati, soprattutto in Polonia. Una delle battute che più si ricordano, di quel periodo difficile, fu quella del cardinale di Varsavia Stefan Wyszynski, che in un sinodo dei vescovi di tutto il mondo disse in latino: «Vir casaroliensis non sum». Non sono uomo di Casaroli.

Dobbiamo comunque sottolineare che quella scuola vaticana di fine arte diplomatica, che vide in quegli anni emergere il genio di Casaroli e poi di Silvestrini, ottenne anche risultati tangibili. Infatti l’apice della carriera diplomatica di Casaroli fu la partecipazione, assieme al cardinale Silvestrini, alla conferenza sulla cooperazione e sulla sicurezza in Europa (CSCE) di Helsinki.

La CSCE fu riunita dal 1973 al 1975 e vedeva presenza di tutti i paesi europei, tranne l’Albania, e di una delegazione degli Stati Uniti e dell’Unione sovietica. La conferenza fu indetta per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa. Ma nel pieno clima di guerra fredda che fece da sfondo a quella iniziativa, fu anche motivata a accennare un tentativo di ripresa del dialogo tra Est-Ovest.

Il successo di Casaroli e Silvestrini arrivò con il riconoscimento della libertà religiosa, sancito nel 7° principio dell’Atto finale della Conferenza. Fu quindi conseguita un’importante legittimazione formale alle richieste della Chiesa nei confronti di quegli stati del blocco orientale che per troppi anni avevano reso la vita impossibile alle comunità cattoliche.

Nel Febbraio del 1973 Casaroli si reca in Polonia, ben cinque anni prima della nomina di Giovanni Paolo II, incontrando a Varsavia le massime autorità dello Stato. Era ospite del cardinale primate, proprio di quel Wyszynski a cui si deve la battuta che lo riguardava e di cui vi riferivamo precedentemente. Durante la visita ha colloqui con i rappresentanti dell’episcopato polacco.

Nel 1978 Giovanni Paolo I e poi Giovanni Paolo II lo riconfermano segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa. La sua riconferma stupisce, si sapeva che non era ben visto dai polacchi e che Giovanni Paolo II non aveva molto in comune con lui.

Giovanni Paolo II

L’impatto di Casaroli con Giovanni Paolo II infatti è difficile. Il primo è cresciuto all’ombra della diplomazia vaticana, il papa viene da una dura esperienza pastorale in un territorio ostile ai cattolici. Se Casaroli ha provato ad intessere rapporti con nazioni che erano avverse alla Chiesa, il papa ha invece vissuto quell’astio sulla sua pelle, da vescovo polacco dalla vita non facile. Insomma un uomo che da cinquant’anni era un burocrate della diplomazia ecclesiastica non aveva grandi punti in comune con un altro che era stato in prima linea e che era venuto a dare voce a chi non l’aveva, cioè come lui usava ripetere, dava spazio alle istanze provenienti da persone che vivevano in condizioni di asservimento all’oligarchia del partito unico e dalla fede negata.

Tutta la strategia dei due uomini divergeva e il metodo del nuovo papa era aperto, brutale nella sua schiettezza e franco con i nemici della Chiesa, non ammetteva mediazioni. Inoltre dobbiamo osservare che più la Santa Sede cercava il rapporto, per vie ufficiali, con i paesi del blocco orientale e più diventavano forti e spietate le repressioni ad opera dei servizi segreti comunisti. Insomma la Ostpolitik si dimostrò un palliativo, faceva intravvedere prospettive ma offriva ben poco ai tempi del papa polacco.

Si capì, insomma, che tutto il dialogo “d’amore” in cui fu impegnata la diplomazia cattolica con la Chiesa ortodossa altro non era che un dialogo “d’amore” col KGB, dimostrando la grande ingenuità dei diplomatici vaticani, che poco avevano capito di cosa fosse veramente il comunismo.

Ma con l’arrivo di Giovanni Paolo II scatta uno scontro aperto tra i due fronti e, anche se la vittoria era vicina, il papa non poteva e non voleva abbassare la guardia. Si avvicinano gli anni del crollo del Patto di Varsavia e della fine del comunismo e della guerra fredda ma, anche se il fronte orientale stava per cedere e tutti si accorgevano che i tempi erano maturi, la sconfitta definitiva del comunismo non arrivò per caso. Fu dovuta alla lotta senza quartiere che papa Giovanni Paolo II condusse fino all’ultimo, alimentando la rivoluzione di Solidarność in Polonia e dimostrando con grande forza che ci si poteva liberare dalla schiavitù in Europa.

Arrivò quindi la caduta del muro di Berlino e poi la dissoluzione del comunismo in Russia nel 1991. Tutto ciò avvenne anche grazie al lavoro del papa, che ebbe la fortuna di trovare un uomo risoluto come lui, Roland Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, assieme al quale seppe superare il concetto della “distensione”, per chiedere e ottenere una trasformazione epocale dei sistemi politici e della vita delle popolazioni dell’est Europa.

Da Materialismo a Moralismo: Il primo quadriennio di Papa Francesco