A proposito di Minzolini, vi ripropongo una cosa che scrissi nel 2011.

Le conversazioni in italiano sono sempre delle occasioni di confronto per noi che abitiamo fuori i confini della Patria. Gli italiani si portano un pezzo d’Italia in tasca, e lo tirano fuori continuamente. Li incontro, parlo con loro e provo a vedere la cifra, il legame linguistico dei nostri discorsi. Ancora li riesco a capire, ed è un sollievo, perché forse rimasi troppo impressionato da una signora, appena arrivata da New York all’aeroporto di Palermo che parlava un siciliano impossibile. E’ la lingua partita un secolo fa con i nostri emigranti, portata dentro i bauli assieme ai ritratti dei cari. Quella lingua che hanno parlato in famiglia, che li ha difesi dall’inglese, che li ha fatti sentire una comunità. E’ la stessa lingua che la signora parlava e che nessuno, compreso me, a Palermo capiva.
Penso che potrebbe capitarmi lo stesso con l’italiano, anche se credo di avere più opportunità di tenerlo“aggiornato”.
Riguardo gli “aggiornamenti”, nella lingua parlata rilevo la sparizione del soggetto della frase, si parla di come agisce, descrivendo l’azione ma non si dice chi lo fa.

Inizialmente pensavo fosse solo una sindrome passeggera o isolata, che potesse interessare solo la patologia neuro-linguistica. Oggi noto che l’assenza del nome è un marchio distintivo delle conversazioni con gli italiani che arrivano spiaggiati nella schiuma del mare di Minsk.
In siciliano abbiamo sempre avuto un uso ed abuso dell’iddu e dell’idda (lui e lei), di quella complicità linguistica del dire e non dire, ma il virus, elaborato involontariamente nel laboratorio dialettale isolano, ormai circola per tutto il “continente”.
Questo tic linguistico, nuovo, ma costante vezzo del dire e non dire, del non nominare, mi fa pensare al mondo scoperto e narrato da Borges nel racconto “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius ” dove “la cellula primordiale non è il verbo, ma l’aggettivo monosillabico. Il sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi. Non si dice luna: si dice aereo-chiaro sopra scuro-rotondo, o aranciato-tenue-dell’altoceleste, o qualsiasi altro aggregato”.
Quindi nella lingua immaginaria di Tlön che è priva di sostantivi, ma ha “verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale”, lo scrittore argentino traduce la nostra frase“Sorse la luna sul fiume” nella lingua di Tlön con “hlör u fang axaxaxas mlö”, che vorrebbe dire “verso su dietro semplefuire luneggiò”.

Un mondo totalmente immaginato nel 1940, dove la forma trionfa sulla sostanza, come ne “L’Operaio” di Ernst Jünger (1933), in un delirio che solo le dittature di quegli anni potevano ispirare.
Non volendo passare per depressivo, ma gli elementi del linguaggio pensato da Borges, per questa società immaginaria che cancella i nomi e tutto quello che ne consegue, quindi storia, religione, ontologia, questo delirante universo di aggettivi pare si sia materializzato nel linguaggio quotidiano italiano. Una società senza nomi cancella gli autori dei crimini, un universo comodo dove le cose avvengono e non hanno responsabili, un fantastico mondo domestico dell’impunità.
Ma il trionfo dell’innominabile equivale anche alla sua crisi, e il suo centro di produzione da sempre è stato quella specie di dialetto pomposo e romano, travestito da lingua nazionale, offerto quotidianamente dal TG1.
La sparizione della realtà e stata praticata costantemente dalla gestione di Minzolini, la sua fabbrica del consenso ha creato una nuova Tlön dove inarrestabilmente si prova a sopraffare e sradicare le culture già esistenti del mondo reale.
Come in un racconto di Borges, scritto durante «ore orfane che vivono come spaventate dagli altri e delle quali nessuno si cura» l’amato pubblico italiano finalmente scopre che l’immagine riflessa dallo specchio non è la sua, “Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi, e la copula, sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.”.
Attenderemo che l’immagine catturata dentro lo specchio si ribelli e ne esca finalmente fuori rompendolo?
Pubblicato su www.imboscati.com 2 dicembre 2011

E’ sparito il TG1