Oggi la Polonia è tornata al 2005.  Un membro proveniente da PiS (Giustizia e Libertà) è presidente della Repubblica e un altro membro dello stesso partito sarà primo ministro.  Il Paese ha dato una chiara svolta a destra.

Tutto questo è accaduto però senza uno dei due fratelli Kaczyński, scomparso nel 2010 in un controverso incidente aereo dove perse la vita gran parte della classe dirigente polacca e gran parte degli oppositori dell’allora primo ministro Tusk. Cinque anni dopo quell’episodio, attorno al quale sono nate svariate leggende, la Polonia giustizialista risorge.

Chi pensa che sia una destra moderata si sbaglia: nulla di moderato esiste sotto il cielo di Polonia. Durante il breve regno dei Kaczyński comparvero liste di proscrizione coi nomi di tutti gli ex dirigenti comunisti che avevano un ruolo nella macchina pubblica polacca e che dovevano essere espulsi. Tutto ciò creò un clima di esasperazione che spinse anche Radio Maria, l’emittente ultra-cattolica vicina al PiS a rivelare i nomi delle famiglie ebree polacche che avevano cambiato identità nel dopoguerra e che erano divenuti i principali attori del mercato economico polacco odierno. Questo sistema allora non poteva funzionare: i Kaczyński non godevano di nessun sostegno internazionale, a Londra governava Tony Blair e Farage non si sognava nemmeno d’intessere rapporti con un partito euro-scettico polacco. Quelli del PiS vissero quella stagione aumentando il loro isolamento dentro un Paese che sognava i finanziamenti europei e un salto di qualità.

Cosa che di fatto si é realizzata negli otto anni di governo di Piattaforma Civica, quando il Prodotto Interno Lordo ha dato sempre risultati in positivo e la Polonia è riuscita ad entrare nella rosa dei sei Paesi più importanti d’Europa.
Nel corso di queste ultime agende settennali europee, Varsavia è stata una bambina viziata dai finanziamenti dei fondi strutturali, che sono caduti a pioggia presso i suoi Voivodati -sorta di  grandi provincie che qui fanno le veci amministrative delle regioni- che hanno macinato i fondi senza far distinzioni e senza strutture dirigistiche. Dobbiamo dare atto che i soldi qui sono stati dati veramente a tutti, specie se pensiamo alle sciocchezze fatte in Sicilia con le “cabine di pilotaggio” instaurate dal pessimo presidente Lombardo: la saggia, equa e automatica distribuzione dei fondi a tutti coloro che ne hanno i requisiti, premia la gestione polacca e condanna quella italiana, perché quest’ultima continua a creare diseguaglianze anche quando non sono necessarie. Il nostro è stato un mix di accentramento politico e criminalità comune che ha sempre contraddistinto chi si è occupato di cosa pubblica in Italia, almeno in questi ultimi anni.

Tornando alla Polonia, senz’altro oggi i tempi sono maturi per questo cambio di passo. Quella che si concluderà nel 2020 sarà l’ultima agenda europea che la vedrà così massicciamente finanziata, e a questo ultimo giro di valzer, a giochi fatti, Varsavia si presenta con un Paese che vuole ripensare tutto. In economia si prepara a ristrutturare il suo rapporto con le grandi imprese internazionali, che pare subiranno un aumento delle tasse, uccidendo di fatto la gallina dalle uova d’oro. Molte compagnie, soprattutto statunitensi, avevano scelto la Polonia per trasferire la loro parte amministrativa proprio in virtù del dolce clima fiscale. Per quanto riguarda l’economia ambientale, il protocollo sulla riduzione delle emissioni di CO2, ritenuto da Duda un danno per l’economia polacca, probabilmente salterà. I polacchi puntano sull’autonomia energetica rispetto ai Russi e vorranno utilizzare la combustione dei propellenti solidi di cui è ricco il loro territorio. Recentemente hanno realizzato con i Paesi Baltici un progetto per la circolazione di un gasdotto autonomo in alternativa al North Stream II, che porterà il gas direttamente dalla Russia alla Germania. È proprio questo il binomio che più infastidisce, e storicamente ha infastidito, la Polonia: la relazione problematica con i due potenti vicini.

La partita geo-strategica per la Polonia sarà quella di costruire relazioni con i Paesi Baltici e l’Ucraina per creare un asse militare antagonista alla Russia -con la collaborazione dell’Inghilterra di Cameron e della NATO. Questo sarebbe un settore appropriato per l’intervento dell’aeronautica militare italiana, che proprio ha pattugliato lo spazio aereo del Baltico (BAP) dai ripetuti sconfinamenti russi, utilizzando una macchina di assoluta avanguardia come l’Eurofighter Typhoon. Aereo prodotto proprio da un consorzio aeronautico che vede tra i partner Regno Unito e Italia. Il supporto italiano è necessario dal punto di vista dell’interesse geo-strategico complessivo della regione, la presenza italiana coincide anche con gli obiettivi economici della nostra industria aeronautica, visto che tra l’altro si sono riaperti i termini per la gara della fornitura degli elicotteri prodotti dalla Agusta-Westland all’esercito polacco. Inoltre le prossime generazioni di piloti europei verrà formata tra Polonia (Dęblin) e Italia (Galatina-Lecce).

Altro obiettivo del prossimo governo polacco, sarebbe provare a scardinare anche la relazione di dipendenza economica che la Polonia ha con la Germania. Quest’ultima strategia aveva funzionato grazie ai pesanti investimenti statunitensi ed ebraici. Con l’avvento di PIS non è detto che queste relazioni saranno ancora buone. Dalla nascita dello Stato d’Israele l’Università di Varsavia è stata la fucina dei padri della nazione ebraica: da Ben Gurion a Simon Peres, sono passati tutti da qui. Ma questo rapporto non è stato sempre dei migliori: assistemmo nel 1967 ad una vera e propria cacciata degli ebrei dalle Istituzioni polacche e poi si andò avanti a fasi alterne, arrivando alla lista creata da Radio Maria nel 2007 dove, come dicevo, si elencavano i nominativi delle famiglie maggiorenti ebree che avevano cambiato identità nel corso del dopoguerra. Gli ambienti conservatori varsaviani non fanno segreto della convinzione che esista una lobby sionista e ex comunista nel Paese, e i rapporti tra le varie componenti della Nazione sono molto problematici. Questo sarà uno degli affari più delicati a cui dovremo prestare molta attenzione e che influenzerà l’economia della Polonia per i prossimi decenni.

Ma alla luce del risultato elettorale di ieri una cosa è certa: l’Unione europea si avvia ad essere un club di nazioni, dove ognuno avrà una grande autonomia, e non una vera confederazione. Staremo a vedere come reagirà alla novità l’area euro, se saprà affrontare la sfida proponendo un’Europa di ferro o sciogliendosi come un’Europa di burro. Nel frattempo l’Italia sta nel limbo, fluida dentro l’Europa dell’olio d’oliva, che fa bene -si sa- alla pelle.  Purché non si aumenti troppo la temperatura.

Elezioni polacche: il Ritorno al 2005