Ernest Hemingway diceva che ogni generazione è segnata da un fatto e che esso forma la narrazione e l’immaginario collettivo di quella generazione. Il modo, cioè, di interpretare la realtà.
Se per Hemingway e per quelli della sua generazione l’evento era stato la prima guerra mondiale, l’Italia del dopoguerra era stata segnata dalla dissoluzione del fascismo e della monarchia. E dallo stare da una parte o dall’altra. Anche se in realtà nel mondo culturale italiano si rilevava una “zona grigia”, attendista, che non fu parte attiva di quel processo dicotomico e di quello schieramento ideologico su due fronti.
Molti intellettuali furono meri spettatori della Guerra Civile. Questa zona grigia nella società italiana, che intende sottrarsi alla violenza della storia, si identifica già dal 1945 nel libro di Elio Vittorini “Uomini e no”.
Umberto Saba, ebreo, ed Eugenio Montale si nascosero a Firenze in attesa della fine del conflitto e molti scrittori si rifugiarono presso le mura vaticane, a San Giovanni Laterano, o al sicuro dentro strutture conventuali ed ecclesiastiche.
Nonostante ciò, una parte degli intellettuali italiani ritennero la lotta partigiana come un momento di sintesi politica mai avvenuto prima in Italia, tanto che nel 1949, alla fine di quel periodo storico, Italo Calvino fu spinto a scrivere: «il realizzarsi, per la prima volta dopo molto tempo, d’un denominatore comune tra lo scrittore e la sua società, l’inizio d’un nuovo rapporto fra i due termini», facendo così un consuntivo del rapporto tra intellettuali e resistenza. Definizione che però non considera il grande valore degli intellettuali che parteciparono al Fascismo e di quelli impegnati su fronti opposti ai partigiani. Come il poeta ragazzetto Guido Bottegal, che trovò la morte sulle montagne di Asiago ad opera dei partigiani, e che fu legato da un amore quasi filiale allo scrittore Giovanni Comisso, quest’ultimo fu un seguace di D’Annunzio e seguì il poeta partecipando all’impresa di Fiume.
Quale fosse la parte giusta o la parte sbagliata, e quale il criterio di scelta, dipese spesso da tradizioni familiari, da eventi legati alla guerra e alla triste stagione della fine della guerra al nord Italia. Dipese da episodi sanguinosi che segnarono la vita di interi gruppi di persone. La guerra civile avvenne, con uno strascico tetro, tra il 1943 e il 1945 nell’Italia del nord, dove erano confluiti i seguaci di Mussolini e gli alleati dei tedeschi per fondare a Salò la Repubblica Sociale Italiana. Questa lunga ombra sanguinosa, durata due anni, è esattamente precedente alla data che oggi si celebra, dando al termine Liberazione il senso di un ironico ossimoro, tipico del presepe italiano delle verità incomprensibili solo enunciate.
Questo impasse produce l’eterna difficoltà italiana a proporre un immaginario democratico. Mi viene in mente Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo muore e il nuovo non può nascere”.
Da quel giorno si continua a pensare una Italia mossa dal concetto di “noi” e “loro” sempre tesa nella speranza di individuare i soggetti e di capirne le fisionomie.
Lo stesso scrittore che individuò quella zona grigia, Elio Vittorini, già citato con il suo volume “Uomini e no”, sviluppò un discorso critico sul Partito Comunista del dopoguerra e sanzionò la figura dell’intellettuale organico, dimostrandone l’inattualità e l’intima pericolosità. Fino al punto di accendere le polveri della famosa polemica con Togliatti. Vittorini promosse un laboratorio interessante fuori dal Partito Comunista con la rivista “Politecnico”.
Ma dobbiamo pure ammettere che in quegli anni la visione del comunismo sovietico era affascinante agli occhi degli intellettuali, nonostante i macabri risvolti di cui sappiamo da tempo. Scrittori eccellenti vi aderirono e tennero rapporti con l’Unione Sovietica. Fu una sorta di sbocco, di necessità, dovuto alla incapacità di aderire al sistema di valori dominante nella società italiana. Molti intellettuali non ebbero la capacità di prenderne le distanze e furono irrimediabilmente attratti dal fascino oscuro di Stalin. Lo stesso Moravia partecipò al congresso degli scrittori dell’Unione sovietica. Viaggiò spesso in Unione Sovietica e, anche se fu molto critico verso lo stalinismo, alla fine rischiò di definirlo quasi come un evento naturale, una sorta di deformazione fisiologica alla quale ci si deve abituare.
“(…) Ma come non verrebbe in mente di separare Machiavelli dal Duca Valentino e da Leone Decimo, Shakespeare dalla Regina Elisabetta e Sofocle da Pericle, così non possiamo separare Pushkin, Gogol, Dostoievsky, Tolstoi, Cecov dai decabristi, da Bakunin, da Trotzky, da Lenin e, purtroppo, dallo stesso Stalin. La stessa tensione spirituale, la stessa schizofrenica creatività accomunano artisti e uomini politici. La società russa, durante l’Ottocento fu, insomma, un vulcano in stato di parossistica attività. L’ultima e più violenta esplosione fu la rivoluzione. Poi, per continuare la metafora, la cenere e i lapilli dello stalinismo ricoprirono e soffocarono ogni cosa. (…)” da “Le quattro mura intorno alla Russia” pubblicato sul Corriere della Sera, 17 settembre 1972.

Questo tirarsi fuori, non partecipare, questa Italia di italiani senza più Patria, sono i soggetti di questa festa di oggi, il cui significato sfugge ai più, me compreso. Forse la sua abolizione potrebbe venirci in aiuto dando una ultima speranza che serva a portarci dal tempo libero ad un tempo liberato.

La Liberazione e il senso delle cose