Aggiornamento 8 Marzo 2016: la situazione in Libia

Andando nello specifico libico bisogna registrare alcuni aggiornamenti:
le forze speciali e i servizi segreti statunitensi, britannici, francesi e italiani sono già sul territorio e stanno addestrando milizie locali a Misurata e Bengasi. Gli italiani già presenti sarebbero 40 agenti dei nostri servizi segreti e 50 soldati delle forze speciali. Inoltre c’è da dire che probabilmente la nostra agenzia per i servizi segreti internazionali AISE pare abbia già stabilito delle sedi in Libia, con l’ausilio di circa 12 uomini. La forza italiana prevista per l’intervento di terra pare sia di 5000 uomini, di cui 3000 potrebbero essere parte di una missione di pace.
Il premier Renzi parla di un nostro possibile intervento solo a condizione che i libici ce lo chiedano. Bisognerà aggiungere, probabilmente, anche queste intenzioni nel pavimento lastricato di promesse e desideri non mantenuti di palazzo Chigi. Infatti tutto sembra possibile tranne che i libici tollerino un intervento straniero sul loro territorio.
 
Nel frattempo che i governi inseguano improbabili diplomazie, le truppe speciali di una coalizione potente, stanno addestrando milizie locali. Con l’intento candido di far fare a loro quello che noi non vogliamo o non possiamo fare. Tutto ciò per ragioni di consenso che ormai dominano le ragion di Stato e di interesse nazionale.
Siamo di fronte però forse al copione di un film che ormai conosciamo bene, ricorrente nella storia del mondo arabo: gli addestrati potrebbero cambiare casacca da un giorno a l’altro e aggredire gli addestratori.
Dubbio, per i precedenti, lecito.
————————————————————————————————————

Il Mali è di fatto formato da due distinti Paesi. Il fiume Niger lo taglia in due parti’: l’arido settentrione e il verdeggiante meridione. Le storie economiche e socio-culturali delle due aeree sono molto differenti.
Il nord, caratterizzato da un territorio arido, ha sviluppato un’economia di transito: è stata fino al 17° secolo il nodo dei commerci trans-sahariani. La cultura è nomade e le città sono state le basi utilizzate dai tuareg per gestire secoli di floridi commerci. Quell’area ha sempre creato scontri d’espansione con gli altri stati della costa atlantica, ad esempio, che hanno dovuto continuamente difendersi dallo sconfinamento dei tuareg.

La parte meridionale è contraddistinta da un clima umido, propizio quindi per l’economia stanziale e l’agricoltura. Gli eserciti utilizzavano sostanzialmente la cavalleria, che però si basava su un animale che ha difficoltà a vivere nelle condizioni estreme di un clima arido. Quindi dal punto di vista militare il sud del Mali è stato storicamente debole e, nonostante la propizia condizione climatica e la ricca industria estrattiva aurifera, è sempre stato dipendente dal volano del “terziario” svolto nel nord dai Tuareg.

Questo fino al 17° secolo.  Poi, con il cambio strutturale della veicolazione delle merci e degli uomini attraverso le vie del mare, le rotte transahariane vennero trascurate e i tuareg furono costretti a riposizionarsi in una area di commerci illegali che si svolgevano attraverso quel corridoio, trasportando armi e droga. Questo commercio illegale ha sviluppato un senso di non appartenenza nazionale che, aggiungendosi alla sedimentazione della cultura nomade, ci presenta di fatto due stati che difficilmente potranno in futuro convivere.

Ad aggravare la situazione, l’insicurezza in vaste aree del sud della Libia, che in origine ha contribuito all’emergenza in Mali, offre ancora una potenziale zona di sosta o rifugio a diverse organizzazioni militanti internazionali, che continuano a muoversi liberamente attraverso i confini nazionali nel Sahel, in paesi con governi deboli come la Libia, Mauritania, Niger e Tunisia. Ciò rappresenta una minaccia per tutta la regione.
Anche se l’iniziativa militare francese, dobbiamo dire, ha riscosso successo, liberando grandi porzioni del territorio del nord -che precedentemente era occupato dai ribelli Tuareg in qualche maniera collegati ad al-Qaeda-, la mobilità di quest’ultimi, che vanno a ripararsi nelle zone desertiche fuori controllo di quei paesi deboli, fa dubitare che questi successi potranno essere realmente stabili e consolidati.

Un intervento italiano sarebbe necessario solo a condizione di contropartite chiare: la regione non si stabilizza se non si guarda al territorio transahariano e non si pensa ad una soluzione definitiva che rafforzi il controllo del territorio di Libia, Mauritania, Niger e Tunisia.
Vista la conformazione fluviale e orografica, le truppe che potrebbero essere coinvolte sono senz’altro i Fucilieri di Marina  e i nostri Carabinieri, con il coordinamento e la supervisione dell’aeronautica, vista l’ampiezza del territorio da controllare. Con la necessità di utilizzare droni e ricognitori per rilevare la posizione e i movimenti rapidi dei Tuareg e con bombardamenti mirati che tendano ad evitare di colpire i centri abitati, che andrebbero bonificati e pacificati da truppe di terra.
La possibilità di successo sono ottime, ma solo se si considera un intervento ad ampio raggio e in cui è necessario un coordinamento politico volto ad assicurare stabilità e governo al territorio dell’Africa nord occidentale.

La situazione in Libia e Perché un intervento militare italiano in Mali, a fianco della Francia, sarebbe una opportunità per gli interessi del nostro Paese