La prima settimana di Trump è contraddistinta, come si poteva facilmente prevedere, da un turbine di polemiche. L’elemento che salta immediatamente agli occhi è che il parziale disimpegno in politica estera è contemporaneo a una rapida decadenza della classe media statunitense. Il fenomeno Trump non è la causa ma un effetto diretto di queste due tendenze e le misure da lui prese non sono nuove e in qualche maniera appartengono ad un comportamento fisiologico degli US: Nel 1942 più di centomila giapponesi, molti dei quali possedevano cittadinanza statunitense, vennero deportati perché creduti potenziali nemici. Il provvedimento fu firmato da un presidente democratico: Franklin Delano Roosevelt e fu assolutamente contrario allo spirito della nazione, ma avvenne e a nessuno venne l’idea di chiedersi secondo quale logica si potesse agire così insensatamente.

In relazione poi all’idea di erigere un muro sulla frontiera col Messico, oltre a ricordarvi del muro di Orban e il suo antesignano muro di Berlino, l’attività dei cinesi del collocare isole artificiali nel mar cinese meridionale credo che non sia da meno in termini di arrogante pericolosità.
Se in Europa avete litigato fino a oggi sulle quote di profughi e con nazioni che si sono rifiutate di accettarli, perché ci dovremmo scandalizzare se la stessa cosa la fa gli US?

Dobbiamo semplicemente accettare questo nuovo corso del mondo e prepararci alle conseguenze. Il più potente nazione sul pianeta si sta chiudendo in posizione difensiva. Questa cosa potrebbe portare con sé danni ma anche opportunità. La classe politica europea fino adesso è riuscita a distinguersi, ma in senso negativo. Attendiamo qualcuno che sappia ribaltare le regole del gioco e approfittare degli spazi aperti dal vuoto statunitense. Ma credo che a Mosca si stia già preparando.

Tutti sul re: i primi giorni di Trump